L'11 marzo 2025, nella chiesa di Santa Maria della Catena a Palermo si è tenuto un colloquio tra l'arcivescovo della città, S. E. Corrado Lorefice, e Andrea Riccardi, per la presentazione del suo libro "Le Parole della Pace" che raccoglie gli interventi agli Incontri Internazionali di Preghiera per la Pace dal 1987 al 2023.
Riportiamo qui l'intervento dell'arcivescovo:
Vi saluto con affetto fraterno in nome di una comune umanità che ci raccoglie qui, stasera, in quanto donne e uomini desiderosi di comunione e di futuro. Comunione e futuro. Perché senza l’esperienza del nostro essere raccolti in una koinonia, in una vita e in un destino che riguardano tutti, non siamo uomini. Senza l’attesa del futuro, senza quell’immediato, corporeo protenderci verso il domani che è tutt’uno con il nostro desiderio di vivere, l’umanità non esiste, l’umano non si dà. Siamo qui stasera interpellati da quanto c’è nella nostra esistenza di più lontano da questo orizzonte costitutivo, e cioè la guerra. Guardiamo al mondo scosso da guerre lunghe, drammatiche, spesso silenziose e incancrenite. Ho visto con i miei occhi e sentito con i miei orecchi i flagelli della guerra del Congo e della Siria. La nostra casa comune, sempre più piccola e interconnessa, rischia oggi di tradire la propria intrinseca vocazione di giardino armonioso di vita e di relazioni fraterne e pacifiche, di spazio di comunione e di futuro.
Papa Francesco all’Angelus del 23 ottobre 2022 disse: «La preghiera è la forza della pace». Tutte le fedi, tutte le confessioni religiose, tutti gli amanti e le amanti del dialogo e della pace, tutti i ricercatori di pace, siamo chiamati – ancor più in questo tempo – a scegliere la via dell’amicizia, della preghiera e dell’impegno comunitario, diuturno ed audace, per la pace. Nessuna delega di responsabilità che ci appartengono, uno stucchevole aspettare una soluzione che pensiamo non dipendere da noi. Invocare Dio semmai significa concentraci profondamente, rientrare in noi stessi per attingere nella preghiera la nostra forza, quella della profezia della pace. Non si tratta però di un movimento facile e a buon mercato. Per compierlo siamo chiamati infatti, in primo luogo, a tenere viva la memoria dell’orrore del secolo delle guerre mondiali. Non possiamo essere di nuovo catapultati indietro, non possiamo tornare al Novecento. Ricordiamolo a tutti quelli che vogliono rendere la guerra una fonte di guadagno, un flusso economico certo e redditizio. A quelli che vogliono speculare fomentando guerre che creano legioni di poveri a fronte di pochi ricchi, sempre più ricchi e potenti. Non possiamo cominciare se non ascoltando il grido che sale dalle vittime e dalle macerie di ogni guerra, di queste odierne nefaste guerre seminate da un’economia del profitto che genera «inequità» (Papa Francesco), scarti umani, degrado ambientale e sovvertimento climatico, causa di nuove povertà.
Per questo siamo chiamati a dire, a gridare, che la partita non sarà mai vinta dalla morte. La vita risorge. Perché ogni corpo per nascere vuole una forza che riscalda, un calore che accoglie. Tutti i bambini nati in questi mesi in Russia e in Ucraina, in Terra Santa, nel Nord Kivu e nel Myanmar, continuano ad essere i veri vincitori che aspettano la vittoria completa, che anticipi la completa distruzione. Tutte le madri che hanno partorito lungo questi mesi ci ricordano la strada che gli umani non vogliono imboccare. Il corpo della donna deve entrare come realtà e come metafora nella polis, nella città degli uomini. Il corpo della donna. Il luogo in cui il maschile e il femminile diventano nuova vita, il corpo in cui si dà la coesistenza di due corpi diversi, senza crisi di rigetto. Il corpo della donna è il corpo della pace. Il corpo dell’uomo maschio è stato per secoli il corpo della guerra. Abbiamo bisogno di «imparare a vivere senza ammazzare» (Guccini, Auschwitz). «Non gli uni contro gli altri, non più, non mai» (Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 1965).